
Quando si parla della Divina Commedia, i canti più citati sono, spesso, quelli dell’Inferno, come, ad esempio, il canto V dove si trovano i due amanti Paolo e Francesca. Tuttavia, anche, i canti meno noti contengono riflessioni profonde e universali. E’ il caso del canto XIV del Paradiso, che chiude il ciclo dedicato agli spiriti dei sapienti, dedicati allo studio e alla conoscenza.
Non si tratta, però, di una celebrazione astratta del sapere. Dante, con questo canto, vuole chiarire che la conoscenza autentica non è un’astrazione, ma un compimento dell’essere.
Il Paradiso nasce nel pieno della cultura scolastica medievale, un’epoca che attribuiva allo studio un ruolo centrale: la ragione umana era considerata uno strumento prezioso, purchè orientata alla fede. In questo contesto, Dante interviene, anche, in un dibattito molto sentito, che è quello della resurrezione dei corpi e sul destino finale dell’uomo. Il poeta propone una visione della persona in cui il corpo partecipa alla beatitudine.
Il cuore del canto è la risposta di Salomone alla domanda di Dante sulla condizione dei beati dopo la resurrezione. Il passo più significativo si trova nei versi 43-51 del Canto XIV:
«Come la carne gloriosa e santa
fia rivestita, la nostra persona
più grata fia per esser tutta quanta;
per che s’accrescerà ciò che ne dona
di gratuito lume il sommo bene,
lume ch’a lui veder ne condiziona ».
Questo passo è centrale perché chiarisce un punto decisivo: la beatitudine dei beati aumenterà perché l’uomo, ricomposto nella sua interezza, sarà più capace di accogliere la luce divina.
In questi versi, Dante lega tre elementi: conoscenza, amore, felicità. La conoscenza non è un semplice accumulo di sapere, ma una capacità che può crescere. Più l’essere umano è completo, più può comprendere; più comprende, più ama; più ama, più è felice. E’ per questo che le anime dei sapienti del cielo del Sole brillano di una luce più intensa: la loro conoscenza non li separa dagli altri, ma accresce la gioia comune attraverso la condivisione della luce.
Il canto XIV parla, con sorprendente chiarezza, anche al presente. In un’epoca dominata dall’informazione rapida e dalla specializzazione estrema, Dante ricorda che lo studio ha senso solo se trasforma la vita. La conoscenza autentica non serve a distinguersi, ma diventare più responsabili e più capaci di relazionarsi.
Lo studio, nella visione dantesca, non è fuga dal mondo, ma impegno profondo nel mondo.
Viene, in definitiva, affidato allo studio un compito alto e attuale: rendere l’uomo più umano. La conoscenza vera non isola e non domina. Illumina, unisce, fa crescere. E’ una lezione che, a distanza di secoli, conserva intatta la sua forza.
Marialuigia D’Annunzio
foto tratta dal sito studenti.it














