
Continua il nostro viaggio tra i famosi personaggi abruzzesi che sono entrati nella grande storia nazionale e internazionale. Oggi parliamo di Pietro Angelerio da Morrone. Anche se nacque in Molise (a Isernia o a Sant’Angelo Limosano), visse il suo eremitaggio in Abruzzo prima sul monte Morrone, che sovrasta Sulmona, e poi sulla Maiella. Non solo. La sua incoronazione a pontefice avvenne nel Basilica di Collemaggio Dell’Aquila il 29 agosto 1294. Qui emanò la cosiddetta Bolla del Perdono, con cui elargiva l’indulgenza plenaria a tutti coloro che, confessati e pentiti dei propri peccati, si recassero appunto nella basilica aquilana dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. Fu così istituita la Perdonanza, che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300. Perdonanza che ancora oggi viene festeggiata ogni anno presso il capoluogo abruzzese.
Infine il nome di Pietro Angelerio si lega ulteriormente all’Abruzzo nel momento in cui il nostro Ignazio Silone gli dedicò il romanzo storico “L’avventura di un povero cristiano”.
Dall’eremitaggio al soglio pontificio
Pietro Angelerio nacque intorno al 1215 in una famiglia contadina. Fin da giovane scelse una vita di profonda spiritualità e solitudine, diventando eremita benedettino sul Monte Morrone e poi sulla Maiella. La sua fama di uomo santo si diffuse rapidamente, attirando discepoli e portando alla fondazione dell’ordine dei Fratelli di Santo Spirito a Majella (che dopo il pontificato di Pietro diventerà ordine dei celestini), un ramo dei Benedettini ispirato a ideali di povertà e rigore ascetico.
Alla morte di papa Niccolò IV, la Chiesa rimase senza pontefice per oltre due anni, a causa delle divisioni interne al Collegio cardinalizio. In questo clima di stallo, nel luglio del 1294, i cardinali scelsero sorprendentemente proprio Pietro Angelerio, considerato figura super partes e moralmente irreprensibile.
Un pontificato breve e difficile
Pietro accettò l’elezione con riluttanza e assunse il nome di Celestino V. Tuttavia, il passaggio dalla vita eremitica alla complessa macchina del governo ecclesiastico si rivelò traumatico. Privo di esperienza politica e amministrativa, Celestino V faticava a gestire le pressioni della Curia, dei cardinali e delle potenze politiche del tempo, in particolare del Regno di Napoli.
Il suo pontificato durò appena cinque mesi. Consapevole dei propri limiti e temendo di nuocere alla Chiesa, Celestino maturò una decisione radicale: rinunciare al papato. Il 13 dicembre 1294, dopo aver stabilito formalmente la legittimità della rinuncia papale, abdicò, tornando idealmente alla sua vocazione originaria di monaco.
Dopo la rinuncia e la morte
Il successore, Bonifacio VIII, temendo che Celestino potesse essere strumentalizzato come antipapa, lo fece sorvegliare e infine rinchiudere nel castello di Fumone, in provincia di Frosinone, dove Celestino morì nel 1296. Le circostanze della sua detenzione alimentarono nei secoli un’aura di martirio e ingiustizia.
Nel 1313 Celestino V fu canonizzato da papa Clemente V. Oggi è venerato come santo, simbolo di umiltà e radicale fedeltà alla propria coscienza.
Il “gran rifiuto” e l’eredità storica
Dante Alighieri, nella Divina Commedia (Inferno, III), sembra riferirsi a Celestino V parlando di colui che fece “per viltade il gran rifiuto”, un giudizio severo che ha influenzato a lungo la sua interpretazione storica. Infatti Dante, che aveva sempre auspicato una riforma della Chiesa in senso evangelico, vide in Pietro Angelerio il papa della svolta. Le sue dimissioni furono dunque da lui viste come debolezza e viltà, un gesto che, tra l’altro, avrebbe spianato la strada al pontificato di Bonifacio VIII il quale, con la sua ingerenza su Firenze a favore dei guelfi neri, fu causa dell’esilio del Sommo poeta.
In realtà la storiografia moderna, anche a seguito della interpretazione che ne fece Silone,
tende a leggere la rinuncia di Angelerio non come debolezza, ma come atto di straordinario coraggio morale,
La figura di Celestino V ha assunto nuova attualità in tempi recenti, soprattutto dopo la rinuncia di papa Benedetto XVI nel 2013, che ha riportato l’attenzione sul significato profondo della responsabilità papale e sulla possibilità di anteporre il bene della Chiesa a quello del potere personale.
L’avventura di un povero cristiano.
Come si diceva Ignazio Silone nel 1968 diede alle stampe L’avventura di un povero cristiano, un romanzo storico in cui si racconta appunto la vicenda di Pietro del Morrone dandone una interpretazione nuova, in linea con i principi fondamentali del Vangelo. In Celestino infatti il pontificato diventa una profonda crisi spirituale, segnata dal contrasto tra il Vangelo e la realtà della Curia concentrata sul prestigio del potere papale in opposizione all’impero e ai nascenti Stati nazionali. Così, fedele alla propria coscienza e agli ideali di povertà e umiltà cristiana, Pietro sceglie di rinunciare al papato. Dopo l’abdicazione viene isolato e perseguitato, ma nel romanzo la sua figura emerge come simbolo di autenticità morale e di libertà interiore contro ogni compromesso con il potere.
Laura Del Casale
foto tratta da Vatican news che ringraziamo














