
Indossare la divisa prima di iniziare il turno e toglierla al termine del servizio non è una scelta personale. È un obbligo imposto dall’azienda sanitaria, necessario per poter svolgere l’attività lavorativa in sicurezza e nel rispetto delle regole.
Eppure, secondo quanto denunciano alcuni operatori sanitari, quel tempo non verrebbe pagato.
Il problema è semplice: il turno viene retribuito solo per la sua durata “formale” (ad esempio sei ore), ma le timbrature dimostrano che i lavoratori entrano prima ed escono dopo per cambiarsi. Quei minuti in più risultano registrati, ma non vengono conteggiati nello stipendio.
In pratica, il lavoratore è presente sul posto di lavoro, stà svolgendo un’attività necessaria ed obbligatoria per poter iniziare o concludere il turno, ma quel tempo resta “invisibile” ai fini della retribuzione.
La situazione appare ancora più evidente se si considera che in alcuni reparti sono previsti tempi forfettari di 10/15 min. riconosciuti per il cambio consegne, mentre per altri operatori non è previsto alcun minuto aggiuntivo né alcuna indennità compensativa.
Per questo motivo, un gruppo di lavoratori ha deciso di rivolgersi all’avv. Luca Damiano per tutelare i propri diritti e chiedere il pagamento dei minuti effettivamente lavorati e non retribuiti, come risultano dai cartellini marcatempo.
La questione va oltre il singolo caso: il principio in discussione è che ogni attività obbligatoria imposta dal datore di lavoro, necessaria per poter svolgere la prestazione, debba essere considerata a tutti gli effetti tempo di lavoro e quindi retribuita.
Perché il lavoro non inizia solo quando si è già operativi in reparto: inizia nel momento in cui si adempie a un obbligo imposto dall’organizzazione aziendale.
E quel tempo, secondo i lavoratori, non può restare senza compenso.














