giovedì, Aprile 9

Da “Erce”. Per una storia antropologica dei costoni di Vasto

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Un tempo la si chiamava «Erce» per il semplice motivo che qualcuno, in precedenza, l’aveva sentita denominare in questo modo. E questo qualcuno che ne era stato informatore, a sua volta l’aveva sentita denominare sempre allo stesso modo: Erce. In una lunga catena a ritroso. Al punto che, lo stesso Luigi Marchesani, quando nella sua «Storia d Vasto» pubblicata tra il 1838 e il 1841 aveva dato alle stampe l’elenco delle contrade extraurbane l’aveva elencata allo stesso modo: Erce. E solo perché il topografo dell’IGM, all’atto della redazione del foglio 148 dell’IGM, chiedendo del toponimo, aveva sentito rispondere
«śti jjènnə a Ddèrćə». Di qui «Aderci». Di là dalla storiella più o meno veritiera, il fatto è che «Erce» è un derivato dal teonimo di origine osca «Hér(a)kle(iss)» con il valore di Ercole. A conferma di ciò, in quest’area genericamente nota come Punta Penna è emerso, proprio nei pressi della cappella, un peso di stadera con iscrizione nella stessa lingua dedicata a «Iùveis lùvfreis» (Giove Libero).
Ora questa sacralità sannitica sembra riverberarsi proprio un millennio più tardi, quando, in seguito all’epidemia di tifo petecchiale del 1817, l’area di Erce veniva scelta come camposanto per i morti cagionati dal tifo, dopo aver riempito di cadaveri tutti gli spazi sotterranei delle chiese intramurali destinati ad accoglierne le salme. Così, delle 2183 vittime complessive cagionate da quel morbo, larga parte di quelle sarebbe stata sepolta nell’area in questione.
Il costone frana. E parecchi di quei resti scheletrici si riversano sulla spiaggia con “l’Adriatico selvaggio” che funge da spazzino. Nei tempi andati, una croce lignea ne segnalava il sito. Ma le intemperie l’avrebbero distrutta senza che nessuno avesse proceduto al ripristino del “signaculum”. L’avvenuta costruzione del cimitero nell’attuale sito inaugurato nel febbraio 1844 avrebbe determinato la traslazione delle ossa dal cimitero provvisorio – attivo per sette anni, dal 1837 – allestito presso la chiesa di S. Nicola della Meta. La realizzazione dell’ossario all’interno dell’attuale cappella cimiteriale avrebbe liberato la zona dagli oltre 1700 corpi nel pieno rispetto delle regole, come anche quelli conservati presso le chiese urbane della città. Cosa, purtroppo, che non aveva riguardato il cimitero di Erce. Nell’attuale chiesa di S. Filomena, un tempo chiesa domenicana dell’Annunziata è visitabile l’antica fossa di sepoltura dei frati i cui resti sono stati traslati sempre nell’attuale cappella cimiteriale. Mi limito a queste brevissime notazioni. Ma l’argomento è davvero lungo.
Ma torniamo a Erce ponendo una domanda. C’è forse qualche motivo per cui teschi e ossa del 1817 dovrebbero continuare a cadere sulla spiaggia per consentire all’Adriatico di riporli nel proprio seno? Ma non è forse vero che è proprio la chiesa cattolica a ricordare che «seppellire i morti» (anche dopo più di duecento ann)i resta un’opera di misericordia corporale? Anzi, l’ultima delle sette comandate. Non entro nel merito perché non sono di mia competenza. Tuttavia è bene rammentarlo perché talvolta non guasta il rapporto con il passato.
In effetti, gli amministratori di Vasto nel momento di abbattere nel 1929 il cadente monastero delle Clarisse non solo avevano deciso di traslare i corpi delle defunte consacrate nella cappella cimiteriale di Vasto, ma perfino il frontale marmoreo del “coemeterium” ancora oggi esistente. Un’attenzione mai più registrata.
Quasi non bastasse, gli amministratori di Vasto attivi tra il 1959 e il 1961 hanno proceduto a traslare i resti scheletrici emersi dall’abbattimento della chiesa di S. Pietro nell’ossario della cappella cimiteriale. Un atto dovuto, dirà qualcuno. Ed è vero! Ma, cosa importante, anche effettuarlo. Ed è questo l’aspetto importante della «pietas» civile.
E che cosa dire dei resti scheletrici che piovono sulla spiaggia dal costone di Erce? Una sola cosa. Che grazie al disinteressato e fraterno aiuto del mare che, dalle sue profondità e con il cullare delle onde, cerca di salvare l’onore e la nobiltà dei corpi abbandonati. Non posso negarlo. A questo punto mi tornano in mente gli straordinari versi di Paul Éluard che aprono le sestine del suo «Cimitero Marino»:
Si leva il vento! … E di nuovo, la vita!
L’aria immensa apre e richiude il mio libro,
L’onda il suo fiotto avventa dalle rocce!
Volate via, pagine abbacinate!
Rompete onde! Rompete acque inebriate
Quel tetto quieto ove beccavan flocchi!
Malgrado il suo carico di bellezza poetica, il testo di Éluard non può farci dimenticare l’orribile condizione in cui ci si trova di fronte al costone di Erce. Gli amministratori di Vasto, al più, s’interessano dell’estate e del turismo, Non certo della memoria fisica di donne e di uomini che attendono solo di precipitar giù.
Un’ultima riflessione. Credo che a molti ora sia chiaro di quanto i costoni orientali della abbiano costituito e costituiscano un tema rilevante della Storia di Vasto. La frana del 1956 ha dimostrato a tutti quale pericolo si annidi in questa pratica costruttiva che, nei fatti, ha configurato nel tempo la vicenda urbana della città. E di come solo una galleria sotterranea capace di convogliare le acque riesca a garantire una maggiore solidità dell’abitato. Eppure, malgrado questa esperienza, alcuni si ostinano a volere la “bella abitazione” con panorama sul mare, proprio sul dirupo a sud della cappella di San Michele. E che cosa può accadere? Che in luogo di tutelare il proprio sussistere con una galleria capace di liberare la falda freatica si preferisce distruggere un pozzetto dell’Acquedotto romano delle Luci favorendo di fatto l’imbibimento di un terreno già impregnato d’acqua. Con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.
In effetti, il presidente della sezione vastese di Italia ha reso pubblico di aver rilasciato all’Amministrazione Comunale una dettagliata relazione sul pericoloso stato delle cose che si è venuto creare con l’abbattimento del pozzetto 49 dell’Acquedotto romano delle Luci avvenuto il 29 agosto 2007. Così, in luogo di eliminare le acque aggiuntive si è aperto un canale importante per reimmetterle in circolo. Mi chiedo. Prima dei nostri giorni qualcuno ha mai sentito parlare di una struttura vecchia di duemila anni che ha continuato a vivere tranquillamente, salvo il restauro del 1818. Al quale si sarebbero dovuti aggiungere piccoli interventi previsti dal progetto redatto nel 1890 e mai realizzati. Progetto conservato nell’Archivio Storico Comunale di Vasto (oggi chiuso come lo è da qualche anno).
«Tout se tient» direbbero i francesi. Attraverso gli occhi del cimitero di Erce potrebbe essere ancora dipanata una storia antropologica dei costoni di Vasto.
Luigi Murolo

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