martedì, Giugno 2

2 giugno 1946, 80 anni fa il primo voto delle donne italiane

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Il 2 giugno 1946 è generalmente ricordato per il referendum costituzionale sulla forma di Stato in Italia: Monarchia o Repubblica? Un po’ meno è ricordato per l’elezione dell’Assemblea Costituente incaricata di dare una nuova Norma Fondamentale all’Italia. Ma forse in pochi ricordano che il 2 giugno fu la prima volta che le donne italiane si presentarono alle urne per una votazione di carattere nazionale. 

La trappola dell’elettorato attivo e passivo

Questo percorso fu lungo, tortuoso e disseminato di trappole. Infatti tutto cominciò sedici mesi prima. Era il 1° febbraio 1945, l’Italia del Nord era ancora occupata dalle truppe tedesche, ma il governo provvisorio presieduto da Ivanoe Bonomi, con Decreto legislativo luogotenenziale n. 23, riconobbe alle donne che avessero compiuto 21 anni l’elettorato attivo. Il termine “attivo” generalmente ha un significato positivo, ma in questo caso significava che le donne potevano votare ma non essere votate, vale a dire che non avrebbero potuto candidarsi in nessun tipo di competizione elettorale: in altre parole il potere politico restava saldamente nelle mani maschili. 

Chiaramente la protesta femminile non si fece attendere, le donne che avevano partecipato alla liberazione dal nazi-fascismo e che avevano mandato avanti l’economia italiana quando i maschi erano impegnati al fronte, reagirono con forza a quella presa in giro. Così undici mesi  più tardi, il  7 gennaio 1946, un secondo decreto Bonomi concesse anche l’elettorato passivo consistente appunto nell’essere votate. 

Il primo voto femminile si ebbe in occasione delle elezioni amministrative 

Il provvedimento arrivò giusto in tempo per le elezioni finalizzate al rinnovo dei governi cittadini dopo un ventennio in cui il potere locale era stato nelle mani del podestà. La prima tornata elettorale si svolse il 10 marzo del 1946. Al termine di tutte le operazioni di voto furono elette nei consigli comunali italiani circa 2.000 donne tra esse 13 sindache. 

2 giugno 1946: un voto da esprimere senza il rossetto 

Il 2 giugno 1946 l’affluenza nei seggi fu straordinaria: fu superato l’89%. Le cittadine italiane infatti  risposero in massa, affrontando lunghe code con emozione e orgoglio. Le cronache dell’epoca raccontano di donne di ogni estrazione sociale, dalle giovani studentesse alle anziane nonne, unite dal profondo senso di responsabilità. Un dettaglio celebre rimasto nella memoria storica era la raccomandazione di presentarsi alle urne senza rossetto sulle labbra, per evitare di macchiare e invalidare la scheda elettorale che andava incollata.

Le Madri Costituenti 

Oltre a votare, le donne vennero anche elette. Tra i 556 membri dell’Assemblea Costituente entrarono infatti 21 donne, passate alla storia come le “Madri Costituenti”. Figure come Nilde Iotti, Lina Merlin e Teresa Noce lavorarono instancabilmente per inserire l’uguaglianza di genere direttamente nella Carta Costituzionale. Il loro contributo fu fondamentale per la stesura dell’Articolo 3, che stabilisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini senza distinzione di sesso.

Il primo passo di una lunga marcia ancora in corso

Come si diceva, il voto del 2 giugno e l’elezione delle “Madri costituenti” fu il primo passo verso l’emancipazione femminile e l’uguaglianza di genere, quest’ultima una battaglia ancora in corso. Infatti per arrivare alla legge sul divorzio si dovrà aspettare il 1° dicembre 1970; la riforma del Diritto di famiglia, che sancì il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella nucleare, data 19 maggio 1975; esattamente tre anni più tardi il parlamento approverà la legge sull’aborto mentre il delitto d’onore sarà abolito soltanto il 5 settembre 1981 (sigh!).  

In Italia, la piena uguaglianza di genere sconta ancora profondi divari, specialmente in ambito lavorativo, sociale e di rappresentanza. Le principali battaglie in corso si concentrano sulla riduzione del divario occupazionale tra uomini e donne, sul contrasto agli stereotipi e sulla violenza di genere, oltre che sull’effettiva applicazione delle normative sulla parità retributiva.
Laura Del Casale 

 

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