
Nel XXVI canto dell’Inferno, Dante colloca Ulisse tra i consiglieri fraudolenti, ma ne traccia un ritratto complesso, in bilico tra ammirazione e condanna. Ulisse, noto nella tradizione classica per astuzia e ingegno, viene qui presentato come un eroe dalla straordinaria sete di conoscenza. La sua figura simboleggia il desiderio umano di superare i limiti imposti dal mondo e dalla morale, rappresentato dal celebre “folle volo” oltre le colonne d’Ercole. Questo viaggio, narrato direttamente dalle parole di Ulisse ai suoi compagni, esprime coraggio, curiosità e ambizione, ma anche la sfida ai confini naturali e divini, segno di “ὕβρις” (Hybris, termine greco che indica tracotanza o superbia).
Dante mette in luce la duplicità di Ulisse: da un lato, l’eroe incarna la virtù della determinazione e della curiosità, qualità nobili e ammirevoli; dall’altro, il suo ingegno e il suo ardire si trasformano in colpa quando travalicano i limiti morali e naturali. La sua vicenda diventa così un ammonimento per chiunque ceda alla tentazione di cercare conoscenza senza prudenza: la curiosità è una virtù, ma priva di misura può condurre alla rovina.
In questo canto, Ulisse emerge come un simbolo tragico: non per malvagità, ma per l’eccesso di ambizione e per la “ὕβρις” (Hybris), che lo porta a sfidare l’ordine naturale e divino. Dante riesce a rendere il personaggio simultaneamente ammirabile e pericoloso, celebrando la grandezza della mente umana e mettendo in guardia dai rischi di una brama di sapere senza limiti. La sua figura invita a riflettere sul rapporto tra aspirazione intellettuale e responsabilità etica, mostrando come la ricerca della conoscenza possa elevare, ma anche distruggere, chi non rispetta i confini imposti dalla natura e dalla morale.
Marialuigia D’Annunzio















