mercoledì, Ottobre 14

Una settimana sull’altalena del greggio: guida per leggere le quotazioni giornaliere del petrolio

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Venerdì 2 ottobre il petrolio ha chiuso a New York con un calo netto: il Wti ha perso il 3,48% a 89,64 dollari al barile e il Brent il 2,55% a 99,70 dollari. Lunedì 5 ottobre la mattinata si è aperta con il Brent a 101,76 dollari, martedì 6 a 100,77, poi nel pomeriggio dello stesso giorno è sceso a 98,34. Mercoledì 7, di nuovo sopra quota 101. In una sola settimana il greggio di riferimento europeo ha attraversato più volte la soglia dei 100 dollari, con variazioni giornaliere del 2-3%. Per chi lavora nell’area industriale tra Vasto e San Salvo, nel porto di Punta Penna o nell’autotrasporto, sono numeri che compaiono ogni mattina nei notiziari. Leggerli correttamente, però, richiede qualche avvertenza.

Quale petrolio, quale scadenza

La prima domanda da porsi davanti a una quotazione è: di quale contratto si sta parlando? Le cifre diffuse dalle agenzie si riferiscono quasi sempre ai futures, contratti standardizzati che fissano oggi il prezzo di un barile da consegnare in un mese futuro. Nella prima settimana di ottobre le agenzie citavano il Brent con consegna a dicembre e il Wti con consegna a novembre. Non è un dettaglio: ogni contratto ha una sua scadenza e, quando quello più vicino scade, i notiziari passano al successivo. Questo passaggio, chiamato rollover, può far comparire salti di prezzo che non dipendono da notizie ma dalla differenza tra un mese e l’altro.

Nel 2026 questa differenza è particolarmente ampia. Con l’offerta fisica scarsa a causa del blocco dello Stretto di Hormuz, i contratti con consegna vicina costano più di quelli lontani, una situazione che gli operatori chiamano backwardation. L’Agenzia internazionale dell’energia, nel rapporto dell’11 settembre, l’ha descritta come portata a livelli estremi. Confrontare la quotazione di un giorno con quella di un mese prima senza controllare la scadenza può quindi portare a conclusioni sbagliate.

Brent e Wti: perché il divario conta

La seconda avvertenza riguarda la distanza tra i due riferimenti. Il 7 ottobre il Brent di dicembre valeva 101,32 dollari, il Wti di novembre 89,97: oltre 11 dollari di differenza. In tempi normali lo scarto è di pochi dollari. Un divario così ampio indica che il problema dell’offerta pesa soprattutto sui mercati serviti dal Brent, cioè Europa, Africa e Asia, più esposti ai flussi dal Golfo, mentre gli Stati Uniti producono buona parte del proprio fabbisogno. Per l’Italia, che importa quasi tutto il greggio che consuma, il riferimento da seguire è il Brent.

Le notizie che muovono la seduta

La terza avvertenza è la più importante: nel 2026 le variazioni giornaliere dipendono soprattutto da notizie geopolitiche. Il calo del 6 ottobre è stato attribuito dalle agenzie ai volumi di esportazione in arrivo dal Medio Oriente, cioè a segnali di maggiori passaggi dallo stretto. Nei mesi precedenti i rialzi più forti erano coincisi con attacchi a petroliere e infrastrutture. Seguire il petrolio oggi significa quindi tenere aperta un’altra finestra sulle notizie dal Golfo e sui negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Altri fattori incidono in modo più lento. Il 4 ottobre i sette Paesi dell’Opec+ hanno confermato per novembre la produzione di settembre, una decisione con effetti limitati perché molti membri producono comunque sotto le quote. Il 9 ottobre gli Stati Uniti hanno sospeso per sei mesi le sanzioni sul diesel russo, una mossa che riguarda più i carburanti raffinati che il greggio. Ogni settimana, inoltre, i dati ufficiali statunitensi sulle scorte possono spostare le quotazioni di qualche punto percentuale.

Dal barile al territorio

Per il Vastese le ricadute concrete passano da due canali. Il primo è il costo dei carburanti: il 9 ottobre, secondo l’Osservatorio del ministero delle Imprese, il gasolio self costava in media 2,258 euro al litro sulla rete stradale e 2,281 in autostrada, più della benzina. Per un territorio dove l’autotrasporto serve le aziende della zona industriale e collega il porto alla rete autostradale adriatica, è una voce che pesa direttamente sui margini. Il secondo canale sono i costi industriali delle aziende che usano energia e derivati del petrolio nei processi produttivi, dalla chimica alle lavorazioni del vetro e della plastica.

C’è infine un effetto meno visibile ma rilevante per le imprese che lavorano con l’estero: il cambio. Il petrolio si paga in dollari, quindi per chi acquista in euro conta anche il rapporto tra le due valute. Dopo il rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve il 16 settembre, il dollaro si è mantenuto solido, e questo rende il barile un po’ più caro per gli acquirenti europei a parità di quotazione.

In entrambi i casi l’effetto arriva con ritardo. Un movimento del Brent si trasmette ai listini dei carburanti all’ingrosso in pochi giorni e ai distributori in una o più settimane, mentre i contratti di fornitura industriale seguono tempi propri. Una singola seduta conta poco; conta la tendenza su più settimane.

Gli indicatori da tenere d’occhio

Per chi vuole farsi un’idea senza perdersi nel rumore quotidiano, gli indicatori più utili sono pochi: la media del Brent su una o due settimane invece del dato del singolo giorno; lo spread tra Brent e Wti, che misura quanto il problema dell’offerta sia concentrato fuori dagli Stati Uniti; i prezzi medi giornalieri dei carburanti pubblicati dal ministero; e il prossimo rapporto mensile dell’IEA, atteso a metà ottobre, che aggiornerà le stime sulle scorte mondiali, scese ad agosto ai livelli più bassi dal 2023.

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