
Un cimitero a cielo aperto a due passi dal mare. Passeggiando nella riserva naturale di Punta Aderci non è insolito imbattersi in scheletri e ossa. Sono i resti dei vastesi morti nel 1817 a causa di una epidemia di tifo, una malattia terribile che due secoli fa ha mietuto migliaia di vittime. Storici e studiosi locali sollecitano da anni il recupero dei resti, la loro catalogazione e valorizzazione, ma le proposte, come al solito, sono cadute nel vuoto. L’area è in totale abbandono: è recintata con una corda, ma non c’è neanche un cartello, tranne una segnaletica che indica la pericolosità del costone. Le mareggiate e l’erosione contribuiscono a far affiorare teschi, ossa e scheletri.
“Le ossa sono a portata di mano”, spiega l’ecologista Stefano Taglioli che nei giorni scorsi, facendo una passeggiata sulla spiaggetta di Punta Aderci, si è imbattuto in una cassa toracica, “stanno affiorando resti umani in una quantità mai vista: sono alla mercè di tutti. Chi vuole può prenderli indisturbato, non si sa bene per quale macabro scopo”.
Il presidente di Italia Nostra del Vastese, Davide Aquilano, raccomanda da sempre di non toccare le ossa “che sono reperti archeologici a tutti gli effetti: rappresentano dati importanti per la ricerca storica e la loro asportazione è perseguibile penalmente”.
Il problema però è che quei resti sono alla mercè di tutti e, non essendoci neanche un cartello che informa i visitatori sulla loro importanza, chiunque si sente autorizzato a prelevarli e a portarseli a casa. Quella di Punta Aderci è una delle tre fosse comuni che ospitano i resti di oltre 2mila persone, quasi un terzo della popolazione vastese che all’epoca ammontava a 9mila abitanti, decedute a causa dell’epidemia causata essenzialmente da motivi igienico-sanitari. I corpi sono stati dislocati in località molto lontane dal centro abitato. Nessuno avrebbe mai immaginato, due secoli fa, che quell’area sarebbe diventata un giorno una riserva naturale. Lo storico vastese Luigi Murolo, che conserva gelosamente una delibera dell’epoca con la quale si autorizzava a seppellire i cadaveri lontano dalla città, parla di 2.183 morti interrati tra Punta Penna e Punta Aderci.
Oggi questi resti riaffiorano nella spiaggetta di Punta Aderci perché il mare ha eroso, nell’arco di quarant’anni, 20 metri di costa. Molte ossa sono state disperse in acqua. Ora la falesia è distante dal mare una trentina di metri, ma in seguito all’erosione non è azzardato ipotizzare che un giorno tutte quelle ossa potranno sparire. Punta Aderci è una zona molto importante dal punto di vista archeologico: a monte della spiaggetta ci sono i resti di tre grandi capanne risalenti all’età del bronzo: sul promontorio ci sono silos scavati nel terreno per conservare il grano; mentre vicino la zona del carcere a Torre Sinello ci sono due ville romane e un importante sito del Neolitico. Insomma, la riserva non è solo importante dal punto di vista naturalistico, ma anche dal punto di vista archeologico perché conserva i resti di un pezzo di storia della città di cui Soprintendenza e Comune dovrebbero incentivare la conoscenza.
Anna Bontempo (Il Centro)














