
Francesca Mannocchi e Rodrigo D’Erasmo sono stati protagonisti, lo scorso 11 aprile, sul palcoscenico del Teatro Massimo, con Crescere, la guerra, un progetto teatrale di notevole intensità espressiva, capace di instaurare un dialogo profondo, lucido e quanto mai necessario con il nostro presente. L’iniziativa, curata nell’organizzazione da Best Eventi, si distingue per la sua tensione civile e per l’urgenza con cui sceglie di portare al centro della scena ciò che troppo spesso resta ai margini del discorso pubblico: le ferite, visibili e invisibili, generate dai conflitti, le trasformazioni che essi imprimono nei corpi e nelle coscienze, e la responsabilità etica che accompagna ogni atto di narrazione. In un tempo in cui la guerra rischia di essere percepita come un rumore di fondo distante, filtrato e talvolta anestetizzato dai media, Crescere, la guerra si propone come un dispositivo artistico capace di restituire complessità e prossimità a tali esperienze.
Lo spettacolo si sviluppa come una tessitura raffinata in cui parola, musica e testimonianza si intrecciano con equilibrio e profondità, dando vita a una narrazione stratificata, in grado di muoversi con naturalezza tra dimensione individuale e collettiva. Non si tratta soltanto di raccontare la guerra, ma di interrogare ciò che essa lascia dietro di sé: le tracce nei corpi, le incrinature nella memoria, le trasformazioni dello sguardo con cui si osserva il mondo. Il progetto prosegue il suo percorso artistico come un’indagine aperta sul significato del crescere in un contesto segnato dalla violenza e dall’instabilità. Crescere, in questo caso, non è soltanto un processo biologico o anagrafico, ma un’esperienza complessa, segnata da fratture, adattamenti e ridefinizioni continue.
Attraverso una narrazione che intreccia vissuto personale, osservazione diretta e riflessione critica, lo spettacolo restituisce al pubblico un affresco umano denso e articolato, capace di sollecitare tanto l’empatia quanto il pensiero. La presenza scenica e la voce di Francesca Mannocchi si impongono per intensità e misura: il suo racconto, mai indulgente né retorico, si costruisce per sottrazione, affidandosi alla forza delle parole e alla precisione dello sguardo. In questo percorso, la dimensione testimoniale assume un ruolo centrale, non come semplice esposizione di fatti, ma come atto consapevole di restituzione e condivisione. Il racconto si fa così spazio di responsabilità, in cui chi narra e chi ascolta sono chiamati a confrontarsi con ciò che spesso si preferirebbe ignorare. A dialogare con la parola interviene il paesaggio sonoro originale di Rodrigo D’Erasmo, che non si limita ad accompagnare, ma costruisce un vero e proprio ambiente emotivo e percettivo.
Le sonorità, ora rarefatte ora più incisive, contribuiscono a modulare il ritmo della narrazione, amplificandone le risonanze e aprendo ulteriori livelli di lettura. Il risultato è un intreccio armonico tra suono e parola, in cui ciascun elemento sostiene e valorizza l’altro, dando forma a un’esperienza immersiva e profondamente coinvolgente. Dal loro incontro nasce un dispositivo scenico essenziale nella forma, quasi spoglio, ma proprio per questo capace di esprimere una straordinaria potenza evocativa. L’assenza di sovrastrutture visive lascia spazio alla centralità del racconto e dell’ascolto, invitando lo spettatore a un coinvolgimento attivo, intimo, privo di distrazioni. In questa essenzialità risiede una delle chiavi più efficaci dello spettacolo: la capacità di creare un luogo condiviso in cui la parola torna a essere strumento di conoscenza e di relazione. Crescere, la guerra si configura così non solo come un’opera teatrale, ma come un’esperienza di riflessione e consapevolezza, capace di interrogare il presente senza semplificarlo.
È un lavoro che chiede attenzione, disponibilità all’ascolto e apertura, ma che in cambio offre una rara profondità di sguardo. In un panorama culturale spesso dominato dalla rapidità e dalla superficialità, il progetto di Mannocchi e D’Erasmo si distingue per la sua capacità di restituire complessità, invitando il pubblico a sostare, a interrogarsi e, forse, a guardare il mondo con occhi diversi.
Dante Andrea Amicarelli















