sabato, Giugno 20

Gli abruzzesi nella grande storia. Sesta puntata: Gabriele d’Annunzio, il Vate d’Italia

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Continua il nostro viaggio tra i famosi personaggi abruzzesi che sono entrati nella grande storia nazionale e internazionale. Oggi parliamo di Gabriele d’Annunzio. 

Perché Vate? 

Il termine deriva dal latino vates che significa indovino, profeta; dunque come gli antichi poeti e profeti, egli interpretava e guidava i sentimenti e le aspirazioni di un’intera nazione, trasformando la sua vita in un’opera d’arte, dando forma al superuomo di Nietzsche e influenzando profondamente la cultura e la politica italiana tra Ottocento e Novecento con un’estetica audace, con una visione “panica” dell’esistenza umana ed un vissuto eroico e temerario diventando un modello di vita “inimitabile” e un’icona mediatica. 

Gli inizi e la formazione

Nato a Pescara il 12 marzo 1863 mostrò sin da giovane un talento precoce per la scrittura, tanto che a sedici anni pubblicò la sua prima raccolta poetica, “Primo vere” (1879), che attirò l’attenzione per la vivacità dello stile e la sensualità dei temi. Sin da subito mostrò la sua natura istrionica facendo divulgare la notizia della sua morte a seguito di una caduta da cavallo, ciò attrasse l’attenzione e la compassione del pubblico che contribuirono a renderlo famoso. Sarà lui stesso, subito dopo, a pubblicare la smentita, ma lo scherzo aveva sortito il suo effetto.  

Negli anni successivi ebbe una rapida ascesa: con “Canto novo” (1882) e, in special modo, con il romanzo de “Il piacere” (1889), grazie al quale si affermò come leader dell’estetismo italiano, celebrando la bellezza, l’arte e il culto della personalità eccezionale.

L’esteta e il superuomo

L’opera di d’Annunzio risente fortemente delle influenze del decadentismo europeo, in particolare di autori come Nietzsche e Wilde. Il suo ideale di “superuomo” si traduce nella figura di un individuo che vive al di sopra delle convenzioni morali e sociali, guidato dal principio dell’arte come forma suprema di vita. 

Ne “Il piacere”, il protagonista Andrea Sperelli incarna perfettamente questo modello: raffinato, sensuale, ma anche malinconicamente consapevole della propria decadenza. Tale visione si riflette anche nelle opere successive, tra cui Le vergini delle rocce” e “Il fuoco”, dove la tensione tra arte, eros e spiritualità diventa centrale.

Il patriota e il politico

Durante la Prima guerra mondiale, d’Annunzio trasformò il suo ruolo di artista in quello di eroe nazionalista. Partecipò volontariamente al conflitto e divenne simbolo della propaganda patriottica, famoso per azioni spettacolari come il volo su Vienna del 1918 o la Beffa di Buccari. 

Nel 1919 guidò l’episodio della Reggenza del Carnaro a Fiume, un esperimento politico e sociale in cui anticipò molti temi del futuro fascismo: culto del capo, estetica del potere, ritualità delle masse. 

Il complesso rapporto con Mussolini

Le affinità. II rapporti tra il Poeta, il fascismo ed il Duce furono complessi. Mussolini attinse moltissimo dall’oratoria e dalla simbologia dannunziana, come per esempio l’idea di una restaurazione della Romanità, vale a dire della grandezza politica e culturale dell’antica Roma, di cui d’Annunzio parlò attraverso il pensiero di Claudio Cantelmo, protagonista del romanzo “Le vergini delle rocce” (1895), secondo cui un re eroe e superuomo avrebbe dovuto prendere le redini del comando per riscattare l’Italia dall’arroganza delle plebi proletarie e borghesi e restituirla all’antica gloria imperiale. Non solo. Mussolini dalle colonne del suo “Popolo d’Italia” sostenne con forza l’azione militare del Vate sulla città di Fiume e, quando l’impresa fu vanificata dal Trattato di Rapallo, furono numerosi i legionari di Fiume ad aderire al Fascismo attraverso i Fasci di Combattimento Fiumani. Ancora, la Carta del Lavoro del 1927 realizzata dal regime fascista, attinse dalla Carta del Carnaro, cioè dalla Costituzione di Fiume redatta da Alceste de Ambris, le parti relative al corporativismo, vale a dire il sistema economico propugnato dal Fascismo come Terza via alternativa al capitalismo americano e al bolscevismo russo. 

I contrasti. Nonostante queste fortissime affinità ideologiche e simboliche, d’Annunzio non nutrì mai grande stima nei confronti del Duce che considerava “uomo nuovo” ed anche di scarsa levatura culturale, così alla prova dei fatti il Vate  mantenne sempre le distanze da Mussolini e dal suo movimento politico. Egli, ad esempio, non prese parte alla Marcia su Roma (1922)  lamentando una rovinosa quanto misteriosa e forse poco veritiera caduta dalla finestra. Dopo la formazione del primo governo Mussolini, d’Annunzio ritenne, come la gran parte degli intellettuali del tempo, che  il Fascismo fosse un episodio passeggero destinato a svanire con la stessa rapidità con la quale si era affermato. Questa errata convinzione lo portò ad arroccarsi sulle sue posizioni e a non accettare nessun compromesso con il futuro Duce, che ben volentieri gli avrebbe affidato un ministero se solo si fosse mostrato più entusiasta verso la causa. D’Annunzio, in realtà, aspirava lui stesso a diventare Capo del Governo illudendosi che potessero bastare i suoi meriti di scrittore, poeta ed eroico soldato. Queste sue ambizioni, la sua estrema popolarità e la capacità di aggregare le masse, presto portarono Mussolini a diffidare del Vate e a ritenerlo un elemento pericoloso da tenere costantemente sotto controllo e  il più lontano possibile dalla politica. Obiettivi che riuscì a conseguire a seguito della costruzione del Vittoriale, la Versailles dannunziana finanziata dal nuovo Re Sole-Mussolini. 

L’avversione verso l’Asse Roma – Berlino. Il solco che separava il Vate dal  Duce divenne ancor più profondo con la politica di avvicinamento dell’Italia alla Germania di Hitler. Così quando nel 1934 Mussolini si recò in visita al Vittoriale, d’Annunzio gli espresse a riguardo tutto il proprio dissenso. Poco più tardi  il Vate scrisse una pasquinata contro il Fuhrer definendolo l’Attila della pennellessa, ad indicare con sarcasmo le sue origini di volgare imbianchino: 

Su l’acciaio dell’elmo

 ti gocciola il pennello d’imbianchino.

 Dai di bianco all’umano et al divino. 

Picca apparì Quirino,

 tu ci appari, Godàn della Promessa, 

 sotto la specie della Pennellessa.

Il Vittoriale degli Italiani

Come abbiamo visto il rapporto tra il Duce ed il Vate fu complesso e contraddittorio. Mussolini temeva d’Annunzio così decise di relegarlo in una gabbia d’oro, appunto il Vittoriale, dove il poeta poté esprimere tutto se stesso in termini architettonici, storici, artistici e culturali. Mussolini finanziò copiosamente questa sorta di capriccio del Vate, anche se quest’ultimo nel 1923 donò l’intero complesso aIlo Stato italiano, cosa che lo portò a dire sarcasticamente: “Io ho quel che ho donato”. 

Il Vittoriale è il risultato della trasformazione, tra il 1921 ed il 1938,  di una villa che sorgeva sulle rive del Lago di Garda in un complesso monumentale, in un “museo-tempio” con edifici, piazze, giardini, teatro all’aperto. Lo possiamo anche definire il Mausoleo del Vate con cimeli storici come la Nave Puglia e il MAS 96; il tutto finalizzato a celebrare la vita del poeta e le imprese italiane nella Prima Guerra Mondiale.   

Il mistero che avvolge la morte del Vate  

Sin dal primo momento ci si interrogò intorno a due ipotesi: emorragia cerebrale, come da referto medico, o suicidio? A queste prime due ipotesi, Ernesto Bellafante lanciò nel 2011,  dalle colonne del periodico di  Francavilla a Mare “Primo Foglio” (www.buendia.it – Anno XXVI, n. 2 del marzo-aprile 2011, pagina 3) diretto da Nando Marinucci ,  una terza ipotesi: l’assassinio!  Il Vate potrebbe essere stato ucciso per la sua aperta contrarietà al patto dell’Asse siglato da Hitler e Mussolini nel 1936. Per quanto vecchio, infatti, d’Annunzio era sempre lucido ed era comunque  considerato, nell’immaginario dei giovani e dei meno giovani,  un mito da seguire, un Vate da ascoltare. Avere il poeta contro avrebbe significato, quanto meno, aprire delle crepe su quell’importante consenso popolare costruito così tanto faticosamente dal Duce. In quest’ottica l’ipotesi dell’assassinio espressa da Ernesto Bellafante non è solo degna di una spy story letteraria ma poggia su presupposti politici del tutto verosimili per sistemi totalitari quali erano il fascismo ed il nazismo. Riportiamo qui di seguito le sue argomentazioni: 

A questo punto apro un nuovo scenario sulla morte del Vate pescarese, soffermandomi su fatti realmente accaduti  in quel tempo: 

1) Appena dopo la morte del Poeta, fu avvisato il capo dello Stato  Mussolini, il quale, immediatamente, partì da Roma per concludere, il giorno dopo, nel tempo più rapido possibile, i funerali del Vate (senza far eseguire l’autopsia)!

2) E’ pur vero che esisteva un certificato di morte in cui si specificava che il decesso

era avvenuto a causa di una emorragia cerebrale; 

3)Che la segretezza dell’ eventuale suicidio poteva essere giustificata per…ragione politica! Si

sapeva benissimo che il Duce controllava ogni mossa del Vate. Vero è che Mussolini temeva molto D’Annunzio. C’è un episodio del 1937 nella stazione ferroviaria di Verona, in cui il Duce che rientrava in Italia da un incontro con Hitler, incontrò il Poeta, il quale era ostile ad Hitler e contrario all’ alleanza con la Germania e, in quella occasione, redarguì il Duce con parole pesanti:“Sei andato a Berlino a scavarti la fossa con le tue mani!” (parole profetiche). In seguito il Poeta compose una “Pasquinata” contro il Dittatore Nazista, mettendolo in ridicolo per i suoi modi grossolani, ascrivendolo alla “ specie della Pennellessa” per mestiere d’imbianchino esercitato prima dell’ascesa politica … e lo chiama ancora “ Attila della pennellessa” o “ Tiranno Alemanno”;  

4)Dopo queste esternazioni avvenne un fatto strano: al Vate gli fu proposto (quasi con intimidazione) di assumere una bella ragazza altoatesina, tale EMY HEUFLER circa ventenne alta e bionda con l’incarico di addetta alla persona del Poeta (spia tedesca?) 

5) Certo è che in quella fatidica sera del 1° Marzo 1938 … (queste sono le parole della vecchia cameriera Aèlis Mazoyer) … “verso le otto preparammo la cena. Gabriele si trovava nella Zambracca seduto sul tavolo di lavoro. Dalla porta semiaperta lo udimmo parlare a Emy, la cameriera, venne a dirci che il Comandante si sentiva stanco e che non ci avrebbe raggiunto. Qualche minuto più tardi la porta si aprì ed un inserviente si lanciò verso di me gridando “svelta, svelta il Comandante sta molto male”. Erano esattamente le otto e cinque. D’Annunzio

era stato fulminato da una commozione cerebrale ( dicitur) !!!!!!!

6) Nel luogo preciso, dove il Poeta ebbe il lieve malore, fu trovato, ai piedi della sedia, un flacone

di vetro frantumato su cui era scritto VELENO!! 

7) La Heufler avrebbe somministrato al Vate il veleno invece della medicina. Si è saputo in seguito che la stessa, dopo la morte del Poeta, passò alle dipendenze del potente ministro Nazista Joachin von Ribbentrop !!!!

Conclusione

Gabriele d’Annunzio rimane una delle personalità più complesse della letteratura italiana. Poeta e soldato, esteta e politico, il Vate rappresenta un ponte tra l’Ottocento e la modernità, tra mito e realtà, tra arte e vita. La sua opera, al di là delle contraddizioni, riflette la necessità eterna dell’uomo di dar forma alla bellezza e di superare i limiti della propria esistenza. 

Laura Del Casale 

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