
Rimango sconcertato dalle parole affidate alla stampa da un operatore balneare del litorale vastese che, di fronte al rientro a scuola dei suoi diciotto dipendenti tra i 16 e i 18 anni, si dice costretto ad anticipare la chiusura degli ombrelloni e chiede ai dirigenti scolastici di “tenere conto” delle esigenze della sua attività. Fermiamoci un attimo su cosa si sta chiedendo: che l’istruzione pubblica, un diritto costituzionale, si pieghi ai tempi di un’impresa privata che non riesce a reggersi senza il lavoro di ragazzi tra i 16 e i 18 anni.
Ed è qui la contraddizione che nessuno vuole guardare in faccia. A giugno, quando si aprono le selezioni stagionali, si ripete ogni anno lo stesso ritornello: i giovani non hanno voglia di lavorare. A settembre, quando quegli stessi giovani tornano sui banchi, si scopre che senza di loro mezzo litorale vastese non riesce a tenere aperto un ombrellone su due. Non è un problema di volontà: è un modello che si regge in gran parte su manodopera che, terminata la stagione, torna sui banchi di scuola.
Il tema, del resto, va oltre il singolo caso. Uno studio Filcams Cgil segnala che, nel turismo, 7 lavoratori su 10 percepiscono un reddito inferiore alla soglia considerata necessaria per una vita dignitosa: un dato che riguarda il settore nel suo complesso, non un singolo stabilimento, e che aiuta a capire perché lungo tutta la filiera turistica sia difficile trovare personale adulto disposto a restarci stagione dopo stagione.
Di questo, come Giovani Democratici dell’Area Vastese, parliamo da mesi. All’Aperitalk che abbiamo organizzato quest’estate sul lavoro stagionale nel turismo lo avevamo detto chiaramente: la carenza di personale qualificato non nasce dal nulla, nasce da turni pesanti, salari bassi e zero investimento su formazione e stabilizzazione. Se un’impresa riesce a stare in piedi solo grazie a manodopera minorile e senza alternative in vista, il problema non è la scuola che riapre a settembre.
C’è poi un filo che lega questa vicenda a un’altra notizia uscita proprio oggi: il Vastese perde in media 400 giovani all’anno, tra chi va a studiare fuori e chi cerca lavoro altrove o all’estero, e il tasso di emigrazione dei laureati della provincia di Chieti sfiora il 50%, il più alto d’Abruzzo. Non è un caso che chi cresce qui, appena può, scelga altrove: un territorio il cui principale sbocco lavorativo estivo è un
impiego precario per adolescenti non è un territorio che trattiene i suoi giovani, è un territorio che li allena ad andarsene.
Il turismo può essere una risorsa vera per Vasto, capace di dare stabilità e crescita, ma solo se si investe in professionisti, in contratti dignitosi e in una programmazione che non dipenda dalla disponibilità di sedicenni a fine anno scolastico. Se un’attività non riesce a reggersi senza il lavoro di studenti che dovrebbero essere sui banchi di scuola, il problema non è nostro, non è dei vastesi, e non deve diventarlo nemmeno per chi ogni anno saluta 400 ragazzi che se ne vanno.
IL SEGRETARIO
dei GD Area Vastese
Mario Enrico Testa



















