venerdì, Settembre 4

La solitudine che nessuno vede 

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Ci sono case che si chiudono senza far rumore. Porte che restano socchiuse solo per il tempo di un saluto, poi tornano a custodire — o a imprigionare — una fatica che nessuno vede. Nei giorni scorsi la cronaca ha raccontato due storie che hanno lasciato senza fiato: una famiglia che ha scelto di andarsene insieme, portando con sé anche una figlia fragile che temeva di lasciare sola al mondo; e un ragazzo, già seguito per le proprie difficoltà psichiatriche, che non ha retto il peso di un disagio più grande di lui, arrivando a colpire proprio chi gli stava più vicino. Non sono casi isolati: dietro ogni cronaca di questo tipo ce ne sono molte altre che non fanno notizia, storie diverse, distanti tra loro, eppure attraversate dallo stesso filo: la sofferenza che non trova, in tempo, chi la intercetti. 

Chi lavora ogni giorno nelle strutture socio-sanitarie nate dall’articolo 26 della legge 833 del 1978 conosce bene quel filo. Lo riconosce nei centri per l’autismo, dove un bambino impara — passo dopo passo, gesto dopo gesto — a stare nel mondo. Lo riconosce nei centri diurni di riabilitazione, dove una disabilità fisica o cognitiva viene accompagnata, non soltanto curata. Lo riconosce nei centri di riabilitazione per ragazzi con fragilità psichiatriche, dove l’adolescenza più difficile trova, a volte, l’unico argine possibile. E lo riconosce, ogni giorno, anche nei centri di riabilitazione dove si intrecciano le storie degli anziani: l’uomo che, aiutandosi con il bastone, torna ogni giorno a far visita alla moglie ricoverata per una frattura di femore e una demenza che avanza — senza figli, con i nipoti lontani, all’estero — e i casi come il suo non sono pochi. O il signore di settant’anni che, mentre affronta la riabilitazione per il Parkinson, riceve ogni giorno la visita della moglie e dei figli. Sono solo alcune delle storie che si incontrano, quotidianamente, in queste strutture. 

Viviamo in un tempo che ha imparato a misurare quasi tutto — le prestazioni, le liste d’attesa, i tempi di degenza — ma che fatica ancora a riconoscere il peso invisibile che grava su chi si prende cura di un figlio disabile, di un genitore anziano non autosufficiente, di un fratello con una fragilità psichiatrica. Un peso che non si esaurisce in una giornata, ma che si rinnova ogni mattina, per anni, senza sconti e senza pause. È in questo spazio silenzioso, tra le pareti di casa, che la solitudine trova il terreno più fertile. 

Chi lavora in queste strutture lo sa bene. Lo sa l’infermiere che, oltre alla terapia, nota lo sguardo stanco di un genitore. Lo sa il fisioterapista che, mentre accompagna un passo, ascolta un pensiero che non trova altrove spazio per essere detto. Lo sa la logopedista che, tra un esercizio e l’altro, coglie un silenzio diverso da quello clinico. Lo sanno il terapista occupazionale e lo psicomotricista, che nel gesto quotidiano leggono ciò che le parole non riescono a dire. Lo sa l’operatore socio-sanitario, che nella cura del corpo costruisce, senza saperlo, una relazione di fiducia. E lo sa l’intera équipe — lo psicologo, l’assistente sociale, l’educatore, lo psichiatra — che tiene insieme i fili di una storia familiare che altrove rischierebbe di sfilacciarsi senza che nessuno se ne accorga. 

Per questo la continuità della presa in carico non è un dettaglio organizzativo, ma una condizione di civiltà. Un’équipe che accompagna con costanza un paziente e la sua famiglia costruisce, nel tempo, qualcosa che nessun accesso episodico può offrire: la possibilità di riconoscere per tempo un segnale di cedimento, prima che diventi emergenza. Il tempo di ascoltare, prima ancora che venga chiesto. Il tempo di dire a un genitore, a un figlio, a un coniuge: non siete soli, ci siamo anche noi. 

Ma questa presenza silenziosa ha bisogno, a sua volta, di essere sostenuta. Le tariffe ferme da oltre un decennio, i contratti irrisolti da anni, il turnover che assottiglia proprio le équipe più stabili, non sono soltanto una questione di giustizia verso chi lavora in queste strutture. Sono, prima ancora, una questione che riguarda la tenuta delle famiglie che a quelle équipe si affidano, spesso come unico punto fermo in mesi, in anni, di fatica portata in silenzio.

Non servono nuovi allarmi per comprenderlo, né nuove inchieste. Serve riconoscere, con la stessa serietà con cui si riconosce un reparto ospedaliero, che dietro ogni percorso di riabilitazione, dietro ogni seduta, dietro ogni gesto quotidiano di cura, c’è una famiglia che merita di essere vista, ascoltata, accompagnata. E che a vederla, ogni giorno, silenziosamente, è un’équipe che ha il diritto — prima ancora del dovere — di essere messa nelle condizioni di continuare a esserci. Perché la vera cura, spesso, comincia proprio lì: nel non lasciare nessuno solo. È questa, in fondo, la cura che non abbandona. 

Dott. Daniele Leone – Infermiere – Coordinatore Infermieristico

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