
Continua il nostro viaggio tra i famosi personaggi abruzzesi che sono entrati nella grande storia nazionale e internazionale. Oggi parliamo di Ignazio Silone.
Abbiamo già dedicato un articolo all’intellettuale e scrittore, contraltare di Gabriele d’Annunzio, in occasione del suo 125° compleanno (vedi: I 125 anni del nostro Ignazio Silone, 1° maggio 2025). In quell’occasione parlammo in estrema sintesi delle tre maggiori opere a sfondo politico: La scuola dei dittatori (1938), Uscita di sicurezza (1965 e 1968) e L’avventura di un povero cristiano (1968) frutti di una seria riflessione socio-politica derivata da esperienze vissute sulla propria pelle sotto i regimi totalitari fascista e stalinista. Oggi, nell’aggiungere qualche notizia in più di carattere biografico, ci soffermeremo ad analizzare un’opera che è tornata straordinariamente e tristemente attuale.
Cenni biografici
Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, è stato uno degli scrittori e intellettuali italiani più significativi del Novecento. La sua opera, profondamente segnata dall’esperienza politica e dall’esilio, rappresenta una riflessione costante sui temi della giustizia sociale, della libertà e della dignità dell’uomo, in particolare dei più deboli.
L’infanzia. Nato a Pescina il 1° maggio 1900, lo stesso paese del cardinale Mazzarino, Silone visse un’infanzia segnata da lutti e povertà, aggravata dal devastante terremoto della Marsica del 1915, che distrusse il suo paese e uccise gran parte della sua famiglia. Questa esperienza drammatica lasciò un’impronta indelebile nella sua sensibilità e nel suo sguardo sulla realtà, orientandolo verso una profonda attenzione per il mondo contadino e per gli esclusi della società.
Il calvario dei totalitarismi (1922-1945)
Giovanissimo, Silone aderì al movimento socialista e fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. Tuttavia, il suo rapporto con il comunismo si rivelò presto problematico. Come molti iscritti al PCdI, Silone, insieme a Togliatti, trovò rifugio nell’Unione sovietica di Stalin dove giunse nel 1927. Fu il primo a rendersi conto del tradimento ideologico della dottrina comunista da parte del dittatore sovietico che fece del partito una macchina di feroce repressione del dissenso e della libertà di pensiero. Così Silone ruppe prima con lo stalinismo e, agli inizi degli anni Trenta, anche con i comunisti italiani che subito lo additarono come traditore della causa. Costretto a riparare in Svizzera, in quanto in Italia era stato schedato come antifascista, iniziò proprio in quegli anni la sua attività letteraria, scegliendo la scrittura come strumento di testimonianza morale.
Il successo internazionale arrivò con Fontamara (1933), romanzo che racconta le ingiustizie subite dai contadini abruzzesi sotto il regime fascista. L’opera, scritta in esilio e pubblicata inizialmente all’estero, fece conoscere Silone in tutta Europa e negli Stati Uniti. Seguirono altri romanzi fondamentali come Pane e vino, Il seme sotto la neve e Una manciata di more, nei quali la dimensione politica si intreccia con una profonda ricerca etica e spirituale.
Una letteratura introspettiva e morale
Silone fu uno scrittore appartato, spesso critico verso le ideologie e i dogmatismi. La sua attenzione si spostò progressivamente dalla militanza politica alla centralità della coscienza individuale, in una visione che unisce socialismo, cristianesimo e umanesimo laico. I suoi personaggi sono spesso uomini semplici, combattuti tra fede e dubbio, chiamati a scegliere in solitudine tra conformismo e responsabilità morale.
Rientrato in Italia dopo la guerra, Silone nel 1946 fu eletto con 15.000 preferenze alll’Assemblea Costituente nelle liste del Partito Socialista. Nel 1948 si schierò contro il Fronte popolare, l’alleanza tra socialisti e comunisti voluto da Nenni, il cui insuccesso elettorale dei socialisti gli diede ragione.
Nonostante l’impegno politico, egli continuò a scrivere e a intervenire nel dibattito culturale, mantenendo sempre una posizione indipendente e critica. Alla sua morte, nel 1978, lasciò un’eredità complessa ma ancora attuale: quella di uno scrittore che fece della letteratura uno strumento di verità e di resistenza morale, capace di parlare al presente oltre le contingenze storiche.
Un’oprera da rileggere: La scuola dei dittatori.
E’ giunto il momento di soffermarci ad analizzare alcuni brani tratti da un romanzo-saggio poco conosciuto ma che invece tutti i sinceri democratici dovrebbero leggere. Apparsa a Zurigo, in lingua tedesca nel 1938, l’opera sarà stampata nella traduzione italiana solo ventiquattro anni più tardi, nel 1962.
La trama. Il volume narra di due americani che, nell’estate del 1939 al termine di un viaggio in Europa, arrivano a Zurigo per apprendere come si conquista il potere e come instaurare una dittatura. I due americani sono Mr. Doppio Vu, che molti ritengono il futuro dittatore d’America, e il suo consigliere-ideologo, il prof. Pickup. Nei loro incontri coi personaggi ufficiali del fascismo e del nazismo non avevano appreso nulla di nuovo sulle tecniche per la conquista del potere. Sarà un emigrato politico italiano, Tommaso, detto il cinico per la sua spregiudicatezza, a impartir loro lezioni sull’argomento, confermando che la verità nascosta in ogni sistema politico è di preferenza reperibile presso gli oppositori. Secondo la formula machiavelliana, sub specie di manuale per aspiranti dittatori, Silone ha composto così un ampio saggio per demistificare le varie forme di inganno e di violenza che, anche nei paesi e organismi sedicenti democratici, insidiano la libertà dell’individuo.
I passi salienti e la loro drammatica attualità
Il libro è da leggere tutto, perché induce a riflettere sulle cause della recrudescenza dei regimi autoritari in tutto il mondo. Qui riportiamo solo i passi più significativi e forse più raccapriccianti.
Una classe dirigente in declino vive di mezze misure, giorno per giorno, e rinvia sempre all’indomani l’esame delle questioni scottanti. Costretta a prendere decisioni, essa nomina commissioni e sottocommissioni, le quali terminano i loro lavori quando la situazione è già cambiata. Arrivare in ritardo significa chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. […] Gli avversari della democrazia ne approfittano e diventano sempre più insolenti.
Nel 1935, due anni dopo la conquista del potere, Goebbels [il ministro della propaganda di Hitler] menò vanto del giuoco riuscito. Noi abbiamo sempre dichiarato, egli scrisse, che ci saremmo serviti di mezzi democratici per conquistare il potere e che, una volta al potere, avremmo negato ai nostri avversari tutte le possibilità di cui noi, quando eravamo all’opposizione, avevamo potuto usufruire. La posizione dei comunisti di fronte alla legge, nei paesi democratici, d’altronde, non è diversa.
Sei voi mirate al successo, Mr. Doppio Vu, dovete attenervi a questa regola: dovete gettare discredito sul sistema tradizionale dei partiti e sulla stessa politica, renderli responsabili di tutti i mali della patria e aizzare contro di essi l’odio delle masse.
Questo che voi dite , mi fa ricordare, signor Cinico, un’affermazione dello spagnolo Ortega y Gasset da noi incontrato a Parigi. L’uomo che comincia ora a dominare , egli ci ha detto, in confronto alla civiltà complessa da cui proviene, è un primitivo, un barbaro, un individuo che sorge fuori da una botola, un invasore verticale; la sua individualità [non] è affatto differenziata, è un uomo che può agire solo in gruppo, in una parola, un uomo-massa.
Discutere? Persuadere? Sarebbe una pazzia. Un aspirante dittatore non deve fare appello allo spirito critico degli uditori. Egli ne sarebbe la prima vittima. Un capo fascista deve saper trascinare infiammare esaltare i suoi uditori, ispirando disprezzo e odio verso i perdigiorno che discutono. “Le chiacchere non riempiono lo stomaco”, ecco uno slogan efficace contro i politicanti tradizionali. Tutto quello che il capo fascista dirà, sarà enunciato nella forma dell’evidenza, in modo da non dare adito al minimo dubbio o discussione. Locuzione come “può darsi”, “forse”, “a me sembra”, “salvo errore”, saranno rigorosamente evitate. Ogni invito alla discussione sarà respinto. “Non si discute sulla salvezza della patria”, “non si discute coi traditori”, “i disoccupati aspettano lavoro, non parole”, ecco risposte che ogni seguace approverà. Un comportamento diverso sarebbe disastroso.”
Ci lasciamo con queste considerazioni di Tommaso il Cinico che sembrano essere state scritte, mutatis mutandis, oggi:
Date uno sguardo ai giornali, a manifesti affissi sui muri, prestate per un momento l’orecchio ai discorsi dei comizi. Un partito che sorge per combattere il socialismo e sostenere gli interessi dei proprietari, avrà cura di mascherarsi col nome di sociale, popolare e perfino socialista; se un partito si chiama radicale, è senza dubbio moderato; se un gruppo scissionista si separa da un vecchio partito per fondarne uno nuovo, non si chiamerà in nessun caso partito scissionista, ma partito unitario; se un partito riceve sovvenzioni e direttive dall’estero, potete essere sicuro che parlerà in ogni occasione d’indipendenza nazionale. Grazie al nominalismo politico, la cronaca dei nostri giorni s’illumina spesso d’ironia macabra. L’invio di truppe per alimentare la guerra civile in un paese amico si chiama, voi lo sapete, non-intervento. […] I tribunali di partito incaricati di terrorizzare l’opinione pubblica, si chiamano tribunali popolari. Gli armamenti si giustificano dappertutto col pretesto della pace; la mancanza di parola col pretesto di difendere il proprio onore; l’Italia asservisce l’Abissinia per sopprimervi la schiavitù; il Giappone invade la Cina per aiutare il popolo cinese a liberarsi della dittatura del Kuomintang. La menzogna è diventata così abituale, da generare perfino noia. Non c’è da stupire se, in tali condizioni, i movimenti totalitari siano costretti a spingere la mistificazione fino agli estremi.
Ci auguriamo che in molti continueranno con una lettura autonoma e completa di quest’opera di cui riportiamo solo un paio di giudizi apparsi sulla stampa nazionale e internazionale.
“La scuola dei dittatori è un libro che mette malinconia, un vademecum per dittatori che mostra quanto sia facile risvegliare quel che c’è di peggiore, di più stupido e più vanitoso negli uomini, e anche quel che c’è di più servizievole. E’ una tragica e ironica denuncia del dispotismo moderno, dei suoi asserviti filosofi e poeti, di tutti coloro che non sono capaci di resistere e opporsi ad esso. Un tema questo che, purtroppo, non invecchia mai.” (Manes Sperber – Die Welt der Literatur, Amburgo).
“Silone ha nella nostra epoca, con altri mezzi e altre intenzioni, adempiuto alla stessa funzione di Machiavelli nel 1500, in quanto ha cercato di mettere in chiaro il funzionamento reale della società capitalistica della sua epoca, liberandolo dai veli della filosofia tedesca e dell’umanitarismo francese. Per cui, non a torto, egli è stato definito il Machiavelli del proletariato.” (Luigi Salvatorelli, “La Stampa”, Torino).
Laura Del Casale

















