
C’è una scena che si ripete in ogni supermercato d’Italia e che nessuna statistica fotografa. Una donna davanti allo scaffale, dopo una notte in corsia. Ha addosso l’odore del disinfettante e la stanchezza del turno di notte. Tiene in mano una confezione di caffè. La gira. Legge il prezzo. E la rimette giù. Non è una scelta: è un calcolo. Tra due settimane arriva la bolletta del gas e della luce, e queste non perdonano.
I dati Istat sono impietosi: inflazione al 5,4%, luce e gas regolamentati a +59,5%, carrello della spesa in salita. Le retribuzioni, a settembre, sono cresciute del 2,5% e se le è mangiate l’inflazione. Ma è una media, e le medie nascondono.
Un infermiere di una struttura socio-sanitaria ARIS RSA o AIOP RSA, con il contratto fermo al 2012, non supera i 1.500 euro netti al mese. Se ha una figlia all’università fuori sede, una stanza costa 400 o 500 euro. Restano le bollette, la spesa, la benzina per arrivare al turno. Non è un bilancio difficile: è un bilancio che non permette a un infermiere, a un fisioterapista, a un logopedista, a un educatore, a un OSS di sopravvivere. Sono professionisti della salute con retribuzioni povere, sotto la media, sotto la soglia.
Quattordici anni. Quattordici Natali. È cambiato tutto, il pane, la benzina, la luce, tranne la riga in fondo al cedolino di chi lavora in corsia, con una laurea, un albo e una responsabilità su ogni gesto.
Qualcuno ci sperava, in questi giorni. Al Ministero del Lavoro si teneva il tentativo di conciliazione sul rinnovo del CCNL della sanità privata AIOP/ARIS, e nei reparti se ne parlava. Si è chiuso senza accordo: dalle associazioni datoriali non è arrivata nessuna proposta. Al tavolo mancavano anche il Ministero della Salute e la Conferenza delle Regioni, che pure decidono accreditamento e finanziamento di queste strutture. Il giorno dopo si è tornati in turno come sempre.
Sono trecentomila lavoratori, centocinquantamila dei quali infermieri iscritti all’albo: ospedali classificati, cliniche, centri di riabilitazione e strutture socio-sanitarie ex articolo 26 della legge 833 del 1978, accreditati e convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale. Il primo contratto è scaduto nel 2018, il secondo nel 2012. Una condizione che non compare nei sondaggi, perché queste persone non fanno rumore. Ma ciò che non si vede non smette di esistere, e la politica — di destra, di centro, di sinistra — farebbe bene ad accorgersene prima.
Fra poche settimane si accendono le luci nelle strade. Nei reparti metteremo l’alberello e il presepe, per dare calore agli ospiti fragili e malati. Poi finisce il turno e si torna a casa: si legge la letterina dei figli o dei nipoti e si decide come fare per il regalo. Un Paese che manda le sue infermiere a lavorare la notte di Natale e poi le costringe a mettere in fila le priorità — il regalo ci entra, ma togliendo da qualcos’altro — ha un problema che non è solo contabile: è morale. Perché un bambino che vede il padre alzarsi alle sei e la madre tornare dal turno non dovrebbe imparare che si può lavorare ed essere poveri.
Fra dieci anni quel bambino deciderà se vale la pena: se tre anni di università e una vita di turni portano a una busta paga ferma da quattordici, non farà l’infermiere, o andrà all’estero. Così l’Italia forma, con denaro pubblico, il personale sanitario degli altri.
Serve un tavolo prima di Natale, con il Ministero della Salute, le Regioni, i datori di lavoro e i sindacati. Che le Regioni recepiscano subito le tariffe già aggiornate a livello nazionale, adeguando budget e tetti di spesa, e che si rivedano le rette ex articolo 26. Che si firmi un accordo ponte da dicembre su turno, notturno e indennità professionale, esteso anche a chi è stato assunto dopo il 2012. E che si arrivi al rinnovo pieno dei contratti, con adeguamenti automatici, perché quattordici anni non si ripetano mai più.
La crisi è già evidente: molti professionisti se ne vanno, e le offerte di lavoro non mancano. Il rischio è che i reparti restino aperti sulla carta e vuoti nei fatti. Forse, per una volta, sindacati e datori di lavoro dovrebbero sedersi dalla stessa parte, a difendere la seconda gamba del Servizio Sanitario Nazionale: sanità pubblica e sanità accreditata non sono due mondi separati, l’una regge l’altra.
Quella donna, intanto, stanotte è di nuovo in corsia. Domani tornerà davanti a quello scaffale. Il caffè costerà ancora quello che costa, e il suo stipendio sarà ancora quello del 2012. Chi si prende cura degli altri non può restare solo. A Natale, meno che mai.
Daniele Leone – Infermiere


















