
Clamorosa svolta nella vicenda giudiziaria che ha trascinato sul banco degli imputati A.R. un dipendente delle Poste, oggi 35enne. L’uomo era accusato di essersi appropriato di oltre 22mila euro tra il 2018 e il 2019. In primo grado è stato condannato dal Tribunale di Vasto alla pena di due anni e dieci mesi. La sentenza nel 2024 è stata confermata dalla Corte d’Appello dell’Aquila. La Cassazione invece l’ha annullata rimettendo le carte alla Corte d’Appello di Perugia. In sostanza il processo è da rifare.
Di fatto il processo sarebbe stato indiziario. La condanna è stata emessa senza adeguata documentazione.
A scriverlo, stamane, a firma di Paola Calvano, è il quotidiano dell’Abruzzo Il Centro.
Le vittime che lo avevano trascinato in giudizio furono cinque: G.C., a cui avrebbe preso un totale di 6.255 euro attraverso 5 prelevamenti. Dal libretto intestato a D.D. e N.G. avrebbe preso 300 euro in tre diversi prelievi. Dal libretto di P.V., invece, sarebbe arrivato a prelevare un importo di 13.223 euro attingendo ogni volta somme che andavano dai 700 a 2.452 euro. Sei i prelievi sul libretto di A.C. per un totale di 2.705 euro. Complessivamente l’imputato avrebbe sottratto illegalmente 22.483 euro.
Una vicenda che ha creato sdegno e sconcerto in Poste italiane che ha deciso di costituirsi parte civile attraverso il proprio rappresentante legale. Ora è tutto da rifare.
Grande la soddisfazione del legale dell’imputato, l’avvocato Guido Giangiacomo. “Da subito ho rimarcato che si trattava di un processo indiziario basato solo sulle dichiarazioni di una anziana ma non supportato da adeguata documentazione e prove certe “. Argomenti che la Suprema Corte ha ritenuto convincenti.














