
Teschi, ossa e pezzi di scheletri come non se ne erano mai visti finora. Resti che spuntano dal costone di Punta Aderci a causa del dilavamento del terreno dovuto alle insistenti piogge dei giorni scorsi. E’ lo scenario che si sono trovati davanti agli occhi le persone che hanno partecipato ieri mattina alla escursione organizzata da Italia Nostra del Vastese nella riserva naturale. I resti sono quelli dei 2.183 vastesi morti nel 1817 a causa di una epidemia di tifo e poi interrati in una fossa comune.
Le ossa sono alla mercè di tutti. I più curiosi, fra i quali i bambini, pensano che si possano prelevare e riportare a casa, come fossero una specie di “souvenir”, senza sapere che quei resti rappresentano un pezzo della storia di Vasto. Ed in quanto tali andrebbero tutelati.
Un problema che l’associazione presieduta da Davide Aquilano solleva da anni e che di recente è stata al centro di una riunione in Comune tra l’assessore Gabriele Barisano e il funzionario di zona della Soprintendenza, l’archeologo Giorgio Garatti. Quest’ultimo ha evidenziato come i resti ossei presenti nell’area abbiano un valore storico, ma non una rilevanza archeologica.
Per Aquilano si tratta invece di reperti importantissimi che se studiati potrebbero fornire preziose informazioni.
“Anni fa ero riuscito a trovare i finanziamenti per una ricerca con l’Università di Camerino e una casa farmaceutica”, ha ricordato Aquilano durante l’escursione, “il Comune di Vasto avrebbe dovuto solo mettere a disposizione i fondi per lo scavo. Ma non se ne fece nulla”.
Nei giorni scorsi il problema è tornato alla ribalta e sono state delineate alcune ipotesi di intervento tra cui indagini geofisiche non invasive, finalizzate a comprendere l’estensione e le dimensioni della fossa.
Anna Bontempo (Il Centro)















