mercoledì, Agosto 5

Dietro la media Istat: i lavoratori che restano invisibili

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L’Istat ha comunicato che nel secondo trimestre 2026 le retribuzioni contrattuali sono cresciute in media del 2,5%, contro un’inflazione al 3%: dopo dieci trimestri di crescita superiore ai prezzi, si registra un’inversione di tendenza. È un titolo che rassicura. Ma dietro ogni titolo ci sono volti, turni di notte, mani che si lavano decine di volte al giorno — e la stessa nota Istat contiene un dato passato quasi sotto silenzio: a fine giugno 2026 risultavano 25 contratti collettivi in attesa di rinnovo, per 3,9 milioni di dipendenti. Nella pubblica amministrazione, va detto, la sanità ha rinnovato due volte in pochi mesi. Ma è proprio questo confronto a rendere ancora più stridente, e più doloroso, ciò che accade nella sanità accreditata e convenzionata, un comparto che riguarda circa 400.000 lavoratori e lavoratrici e che il contratto collettivo nazionale, semplicemente, non riesce più a rinnovarlo.

Perché mentre lo Stato, come datore di lavoro diretto, riesce a chiudere i propri rinnovi in tempi brevi, gli ospedali classificati e le cliniche accreditate e convenzionate ARIS e AIOP aspettano da otto anni, e i centri di riabilitazione e le RSA ex articolo 26 della legge 833 del 1978 associate ARIS RSA e AIOP RSA aspettano da quattordici. Quattordici anni sono un’intera vita professionale: chi allora aveva trent’anni oggi ne ha quarantaquattro, ha visto crescere i figli, ha sepolto genitori, ha continuato a entrare in turno con lo stesso stipendio scritto quattordici anni fa. Da allora sono cambiati diversi governi. È passata una pandemia che ha chiesto a questi stessi lavoratori di restare in corsia, accanto a letti che nessun altro voleva avvicinare, quando tutti gli altri restavano a casa: li abbiamo chiamati eroi, applauditi dai balconi, e poi dimenticati alla prima busta paga. Sono scoppiate guerre che hanno sconvolto l’economia mondiale. La benzina è scesa fino a un minimo di 1,36 euro nel febbraio 2016, poi è risalita lentamente fino a 1,59 euro nel gennaio 2020: un decennio di alti e bassi. Oggi supera i 2 euro. Tutto, intorno a questi contratti, si è mosso. I contratti no.

Ed è qui che la media Istat rischia di non raccontare tutta la verità. Lo dice la stessa Istat, nella sua nota metodologica ufficiale: l’indice non segue tutti i circa 300 contratti collettivi nazionali censiti in Italia, ma soltanto i 74 contratti “guida”, i più rappresentativi di ciascun settore. Per tutti gli altri, l’Istat parte da un’ipotesi dichiarata: che seguano sostanzialmente gli stessi aumenti del contratto guida, al più con un ritardo limitato. Facciamo un esempio semplice. Immaginate dieci contratti collettivi: sette vengono scelti come guida e rinnovati regolarmente, ogni anno, con aumenti in busta paga. Tre restano fuori, e la loro sorte reale non viene misurata direttamente: si assume che si muovano come gli altri sette. Se invece restano fermi, quel fermo non emerge mai da solo — viene “spalmato” dentro la media nazionale, che resta comunque positiva perché la trascinano in alto i sette che si muovono davvero. Così, anno dopo anno, per quattordici anni, la fotografia nazionale continua a sembrare in crescita — anche se dentro quella fotografia ci sono lavoratori che non hanno mai visto un euro in più. Un infermiere di una struttura socio-sanitaria accreditata guadagna in media 1.400 euro netti al mese. Un OSS ne guadagna 1.200: le stesse mani che alzano un anziano dal letto, che lo lavano, che gli tengono compagnia quando la famiglia non può, tornano a casa la sera con uno stipendio che non basta. Molti di loro percorrono anche 50 chilometri al giorno, andata e ritorno, per raggiungere il posto di lavoro: con i prezzi di oggi, significa spendere oltre 200 euro al mese solo di benzina. Poi ci sono il mutuo, le bollette, la spesa, magari un figlio da mandare a scuola. Come arrivano alla fine del mese, questi lavoratori e queste lavoratrici che ogni giorno si prendono cura di chi non può badare a se stesso, nessuna media lo dice.

È per questo che chiediamo all’Istat un passo in più: non limitarsi a certificare una media che spalma il benessere di pochi sul disagio di molti, ma raccontare anche gli estremi. Quanti lavoratori restano, trimestre dopo trimestre, sotto la soglia della dignità salariale. Quanti hanno un contratto fermo non da mesi ma da anni, e in quali settori. Un istituto che sa misurare con precisione chi cresce ha gli strumenti per misurare, con la stessa precisione, chi resta indietro.

Non è solo una questione tecnica. Lo Stato e le Regioni che, ai sensi della legge 833 del 1978, accreditano e convenzionano queste strutture agiscono nella cornice dell’articolo 32 della Costituzione, che affida alla Repubblica la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Quello stesso Stato, tramite le Regioni, non adegua da anni le rette e le tariffe ambulatoriali da cui dipende la possibilità di rinnovare questi contratti; sui DRG, adeguati di recente dal Governo dopo tredici anni di fermo, alle Regioni va dato il tempo tecnico per il recepimento — ma quel tempo non può diventare un nuovo fermo indefinito.

Restano dunque tre richieste. Allo Stato e alle Regioni, sbloccare rette e tariffe, e completare in fretta il recepimento dei DRG. Alle parti datoriali e sindacali, riaprire e chiudere i tavoli di rinnovo. All’Istat, cominciare a raccontare anche chi, da quattordici anni, non compare mai tra chi è tornato a crescere. Perché dietro ogni media ci sono persone che ogni mattina si alzano prima dell’alba per prendersi cura di altre persone, e le persone non vivono di medie: vivono di stipendi, e quello stipendio, da troppo tempo, non cresce con loro.

Dott. Daniele Leone – Infermiere – Coordinatore Infermieristico

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