
Alle sei del mattino, in un reparto di una struttura ex art. 26 dell’Abruzzo, una donna di 65 anni riapre gli occhi dopo un’emorragia cerebrale e riconosce la voce dell’infermiere che le controlla la pressione. Alle 12.30 un signore, dopo settimane di sondino naso-gastrico, prova con il foniatra e la logopedista a deglutire i primi alimenti cremosi. Nel pomeriggio una ragazza, vittima di un incidente stradale con frattura di tibia e femore, muove i primi passi in palestra con le stampelle canadesi. È la memoria del corpo, che si ricostruisce solo se l’équipe riabilitativa resta accanto, giorno dopo giorno, con competenza e tempo.
Quel tempo è oggi la risorsa più risicata del sistema accreditato ex art. 26 della legge 833 del 1978. Non manca la vocazione, non manca la competenza: mancano l’adeguamento contrattuale, i diritti fermi al 2012, le rette — ferme da oltre un decennio, come se il costo di un’ora di assistenza fosse ancora quello di dieci anni fa — e le tariffe mai adeguate, le schede sinottiche che stabiliscono gli organici — in molte regioni ferme al 2008, quando l’utenza era meno fragile e complessa di oggi.
I dati SDO 2024 certificano che in Abruzzo il 18,7% dei ricoveri riabilitativi si trasforma in mobilità passiva: famiglie costrette a cercare altrove ciò che qui non trova risposta, per carenza di posti letto e organici aggiornati.
Dietro questi numeri ci sono oltre 300.000 operatori socio-sanitari in Italia, più di 6.000 in Abruzzo — infermieri, fisioterapisti, OSS, logopedisti, educatori e tutto il personale di supporto — che da quattordici anni lavorano con un contratto fermo, mentre luce, farmaci e presìdi sanitari costano ogni anno di più.
Le ASL pagano talvolta con pochi giorni di scarto: se il termine cade a ridosso di un fine settimana, tra bonifici ed enti la somma arriva solo il martedì o il mercoledì. Aprire linee di credito avrebbe un costo che rette e tariffe bloccate non permettono di sostenere: risparmiare poche migliaia di euro significa, per una piccola struttura, poter comprare una fornitura di guanti o pannoloni. Non è risanamento né oculatezza: è l’unico modo per restare in vita senza indebitarsi e senza rischiare di dover passare la mano ad altri imprenditori.
C’è un’asimmetria che la politica non può più ignorare: il pubblico copre le proprie inefficienze con la fiscalità generale, mentre le strutture accreditate — riconosciute dalla legge 833 del 1978, che operano nel perimetro dell’art. 32 della Costituzione offrendo cura gratuita salvo ticket — rispettano standard, controlli e tetti di spesa, e assorbono da sole i ritardi delle rimesse. Il rischio più grande lo corrono gli utenti, che potrebbero non trovare più un servizio accreditato e sostanzialmente gratuito.
Servono tre leve: rette congrue al costo reale del servizio; contratti rinnovati, nella parte economica e nei diritti — orario a 36 ore, indennità professionale, aggiornamento; una regia politica che assegni a queste strutture un ruolo chiaro, invece di lasciarle scivolare nell’irrilevanza.
Alla donna svegliata dal coma, al signore che reimpara a deglutire, alla ragazza che muove i primi passi, nessuno può spiegare perché tutto dipenda da una delibera attesa da anni, che adegui le rette e riveda al rialzo il minutaggio assistenziale delle schede sinottiche. Per questo chiediamo al Consiglio regionale dell’Abruzzo una seduta straordinaria sul futuro delle strutture ex art. 26: non un privilegio, ma il tempo, finalmente, di una risposta — perché ogni giorno che passa senza risposta è un giorno che a loro, e a chi li cura, nessuno potrà restituire.
Dott. Daniele Leone – Infermiere – Coordinatore Infermieristic















